Rime e Storie

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rime a distanza e storie in sichitanza 

FAVOLE E RACCONTI

17/03/2018, 16:15

fantasticherie



FAVOLE-ALLA-RINFUSA----XI-EPISODIO:-IL-GATTO-E-LA-VOLPE


 



    Il sole non era ancora tramontato quando Pinocchio si incamminò lungo il sentiero. Procedeva con una certa allegrezza, ascoltando il rumore dei suoi passi sull’acciottolato e ammirando, ogni qualvolta si apriva il paesaggio davanti a sé, la lunga striscia di fuoco che infiammava l’orizzonte.
    Poteva sentirsi tranquillo: indossava un caldo giubbotto che Aurora aveva voluto regalargli e teneva in una tasca un sacchetto pieno di monete d’oro e nell’altra la carta geografica (la stessa con cui erano riusciti ad arrivare al castello), dove la madrina di Aurora aveva segnato il percorso che l’avrebbe riportato dalla sua madrina, la Fata turchina.
    Giunto lì, lei sarebbe stata sicuramente in grado di indicargli la strada per ritornare a casa, dal suo babbo Geppetto. Il Grillo, dritto e impettito sulla sua spalla, si guardava intorno alquanto compiaciuto.
    La madrina di Aurora non gli aveva raccomandato altro: “Non ti separare mai dal grillo parlante e ascolta sempre i suoi consigli!”.
     Purtroppo, come spesso succede, si fa presto a dimenticare le raccomandazioni ricevute e si comincia sempre dalle piccole cose.
    Pinocchio che, da buon camminatore, aveva scelto di fare a piedi tutto il percorso, sapeva che lo aspettavano tre giorni di cammino e, per questo motivo, la madrina di Aurora aveva segnato sulla cartina dei piccoli edifici dove avrebbe potuto cenare e trascorrere la notte.
     Ma quando Pinocchio cominciò a intravvedere, alla sua destra, sopra di lui, una di queste costruzioni, bianca e altissima, proprio come gliela aveva descritto la fata, nonostante il grande stupore che lo invase, prese a considerare che quella casetta si trovava troppo in alto rispetto a tutte le altre e che avrebbe dovuto risalire un ripido sentiero per raggiungerla. Ormai, per quel giorno, si sentiva veramente stanco e non aveva nessuna voglia di fare quell’ultima fatica.
    Vide, alla sua sinistra, una stradina sferrata che invece scendeva verso un caseggiato in mezzo al quale spiccava un’insegna con su scritto: “Osteria del Gambero Rosso”.
     A nulla valsero le parole del povero Grillo che cercò di convincere Pinocchio ad attenersi alle indicazioni ricevute. “Ma non vedi come si chiama questo paese. Guarda!” e lesse: “PAESE DEGLI ACCHIAPPACITRULLI”.
    “Va bene, va bene. Non ti preoccupare, Grillino. Che sarà mai una notte; cosa vuoi che mi succeda?” – rispose Pinocchio il quale, senza dargli spazio per replicare, si avvio subito lungo la stradella e, in men che non si dica, arrivò all’osteria del Gambero Rosso.
    Il Grillo tornò allora a cambiare nuovamente espressione soprattutto quando, davanti all’uscio dell’osteria, vide due mendicanti dall’aspetto molto strano: un gatto con una gamba ripiegata su se stessa e che quindi si reggeva su un bastone e una volpe che portava un grandissimo paio di occhiali scuri e che, immobile accanto a lui, doveva essere sicuramente cieca da entrambi gli occhi.  
    Pinocchio che ben si guardava dal mostrare a tutti la sua ricchezza, entrò dentro l’osteria senza degnarli di uno sguardo. Ma, una volta dentro, chiese all’oste-albergatore, se c’erano stanza libere per passare la notte; l’albergatore disse di sì, che ce n’erano diverse e a prezzi diversi e, nel dire ciò, guardava fisso Pinocchio come per dire: “Ma tu sei in grado di pagare?”
    Pinocchio allora replicò con fare sicuro: “Bene. Prendo quella più cara. Ma intanto vorrei cenare!” Dicendo questo, inavvertitamente, infilò la mano nella tasca destra del giubbotto ad accarezzare il sacchetto pieno di monete. L’oste sgranò gli occhi guardando come quella tasca sembrava scoppiare e si affrettò subito a portare a tavola pane, vino e un piatto di spaghetti fumanti. Subito dopo uscì fuori e si fermò a parlare con i due mendicanti. Il grillo vide questa scena ma non riuscì a sentire cosa si dicevano perché parlavano a bassissima voce anche se sembravano particolarmente accalorati. Quando l’oste rientrò, il grillo parlante, seduto a tavola appoggiato al fiasco di vino, reclinò il capo poggiando il mento sulla sua mano sinistra ed emise un grande sospiro.
    Si mosse e sollevò subito il capo, assalito da una grande agitazione, quando vide il Gatto e la Volpe sedersi accanto a Pinocchio, nello stesso tavolo, sotto lo sguardo incredulo di Pinocchio che non si spiegava come mai, visto che di tavoli liberi ce n’erano ancora diversi. L’oste si avvicinò e disse loro: “Vi porto il solito!”
    La Volpe allora cominciò a parlare della immensa bontà dell’oste che, gratuitamente, ogni sera, dava loro qualcosa da mangiare e Pinocchio, che era passato già alla seconda portata, chino sul suo piatto, li guardava ma non riusciva a scorgere segni di bontà nell’oste che portò ai mendicanti due piatti con alcuni avanzi. La Volpe, seppure cieca, girò la testa verso l’oste come se disapprovasse mentre il Gatto sbirciava il piatto di Pinocchio leccandosi i baffi.
    Subito dopo però ritornarono nell’atteggiamento di prima e, tra una chiacchiera e l’altra, stavano bene attenti a colmare continuamente di vino il bicchiere di Pinocchio, incoraggiandolo a bere, come se il vino glielo stessero offrendo loro stessi.  
    Quando Pinocchio ebbe finito di mangiare e si era anche ben bene abbeverato di vino, cominciò a parlare lui: “Io – disse – conosco la povertà. Il mio povero babbo ha dovuto vendere la sua casacca per comprarmi l’abbecedario e mandarmi a scuola. Io non sono stato veramente un bravo figliolo, ma ora tutto cambierà!”
    “Davvero? – chiese la Volpe – Come cambierà?”
    E qui Pinocchio non resistette più e, sotto i fumi dell’ubriacatura, raccontò tutto, ma proprio tutto!
    Il Gatto e la Volpe non riuscivano a credere a tutte quelle storie che raccontava quello strano burattino ma credevano comunque, perché lo vedevano con i loro occhi (anche la volpe s’intende!), che quel sacchetto di monete d’oro esisteva davvero e gonfiava la tasca del giubbotto.
    “Non penserai che basta un sacchetto di monete d’oro a cambiarti la vita – disse la volpe, mentre il gatto annuiva – se uno ha la fortuna di avere un gruzzoletto deve farlo fruttare, fare fortuna e starsene in panciolle tutta la vita!”
    “Tutta la vita!” – ripeté il Gatto.
    Ma poiché Pinocchio non sembrava convinto, la Volpe cercò un altro argomento: “Pensa ai tuoi compagni: diventerai più ricco della Principessa Aurora. Non dovrai rassegnarti a lavorare, come ha fatto Lucignolo e anche Cappuccetto Rosso morirà di invidia!”
    “Di invidia!” – replicò il Gatto.
    Pinocchio, sentendo nominare i suoi amici, si pentì per un attimo di essersi confidato con due sconosciuti ma la Volpe, capendo di avere sbagliato, cambiò subito argomento e disse: “Pensa che magnifica vecchiaia potrai assicurare al tuo babbo!”
    “Al tuo babbo! – soggiunse il Gatto – Non lo merita il tuo babbo?”
    “Certo che lo merita – disse Pinocchio – non so cosa farei per ripagarlo per il dono della vita”.
    “Bene. Ti spieghiamo noi cosa fare” e senza dare il tempo al Gatto di fargli eco, né a Pinocchio di porsi altre domande, cominciò a parlargli di un campo, lì vicino, dove la gente in gamba, ma solo quelli che venivano a conoscenza del segreto, seppellivano i soldi per ritrovarli moltiplicati in una sola volta, per cento.
    “Com’è possibile?” – chiese Pinocchio.
    “Difficile a credersi ma è possibile: non per nulla si chiama campo dei miracoli!”
    “Campo dei miracoli!” – proclamò il Gatto.
    Vedendo ancora Pinocchio titubante, la Volpe aggiunse: “Ma almeno prova. Cosa ci perdi?”.
    Il Grillo parlante che era di nuovo volato sulla spalla di Pinocchio e, tremante, cercava di suggerire alle sue orecchie qualcosa per farlo desistere dall’inganno, a un certo punto incrociò lo sguardo del Gatto, così minaccioso e spietato, ebbe una gran paura e fece appena in tempo a volare via prima che il Gatto con una zampata cercasse di azzannarlo.
    “Scusa – disse il Gatto – rivolgendosi a Pinocchio e ritraendo la zampa -  E’ un tic che mi porto dietro per le mie condizioni di salute!”
    Ma Pinocchio non stava più ad ascoltarlo. “Dov’è questo campo dei miracoli?” – chiese immerso già nel sogno della sua vita futura.
    “Oh, è proprio qua dietro – disse il Gatto – possiamo andare subito e domattina troverai tante monete d’oro che non ti basterà un sacco grande per contenerle”.
    “Quelle che avanzano le darò a voi! – disse Pinocchio e chiese subito all’oste se poteva dargli proprio quel grande sacco che stava appeso su un chiodo vicino alla porta.
    “Certamente – disse l’oste – lo mettiamo nel conto. Anzi glielo porto subito”
    Così l’oste insieme al sacco portò il conto a Pinocchio. A questi il conto sembrava veramente un po’ caro ma ormai stava per diventare ricchissimo….
    Pagò, uscì con i due tizi e, procedendo nel buio pesto, arrivò nel luogo prestabilito. Lungo la strada i due mendicanti si affrettarono a chiarire a Pinocchio che, per conto loro, essi non volevano nulla. Poveri erano e poveri sarebbero rimasti. Essi sarebbero stati felici di avvantaggiare un così bravo giovane!
    Così, dopo avere provveduto a seppellire tutte le monete, si salutarono e Pinocchio, stanco oltre ogni misura, tornò all’osteria e, ricevuta la chiave della sua stanza, si buttò sul letto e si addormentò di colpo.  


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