Rime e Storie

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rime a distanza e storie in sichitanza 

FAVOLE E RACCONTI

03/07/2018, 09:31

lavoro, famiglia



NON-SONO-UN-EROE---I-PARTE


 



Quel giorno compiva 23 anni, l’età in cui nei paesi cosiddetti  sviluppati si vive ancora in famiglia, si studia, se si è fortunati si lavora o, come spesso accade, non si fa proprio niente.Lui invece di cose ne aveva fatte tante, ma proprio tante.Nel villaggio dove era nato, tutto sommato le cose non andavano così male. Il deserto era distante diverse centinaia di chilometri ma anche il mare era irraggiungibile con i poveri mezzi di cui disponevano i suoi abitanti.Per fortuna un fiume attraversava il paese e attorno quel fiume erano riusciti a piantare qualche albero di frutta o mettere su qualche orto.
Così, fin da bambino, Akia accompagnava il papà al mercato nel quartiere vecchio, dove abitavano le persone più abbienti, a vendere i prodotti che il loro pezzo di terra riusciva a generare, lottando con ogni espediente contro la siccità ricorrente. 
 Un brutto giorno però il padre si ammalò e in breve tempo morì. Per di più, come se non bastasse, la vicina foresta era stata nuovamente presa d’assalto; ancora centinaia di alberi erano stati distrutti e questo certo avrebbe influito sul clima e non avrebbe favorito la sopravvivenza degli abitanti del villaggio. La speranza di un futuro sereno per Akia i suoi 6 fratelli si assottigliava sempre di più.Fu così la stessa madre di Akia a incoraggiarlo a partire. 
Non voleva che i suoi figli facessero la fine del padre o forse peggio. Ce la caveremo - disse con una voce spezzata dal pianto trattenuto - Vai tu avanti e, quando verrà il momento opportuno, noi ti raggiungeremo. -Akia non stette molto a far sua la proposta della madre che, in verità, da tempo covava dentro di sé. Era giovane, un giovane sano di corpo e di testa e, come tutti i giovani sani, di corpo e di testa, di qualsiasi colore della pelle, vedeva, nonostante tutto, davanti a sé, un futuro migliore.Così si era deciso a partire e, dopo infinite peripezie, era arrivato in una delle città più belle del mondo. 
Gli era capitata una fortuna insperata. Dapprima, per guadagnarsi da vivere, si era industriato a fare lavoretti di pulizia finendo poi per essere ingaggiato dal titolare di una grande palestra, dotata anche di un grande campo per l’atletica. Spazi immensi la cui pulizia era totalmente affidata a lui. Ma non si lamentava e si contentava dei quattro spiccioli guadagnati. Espletato il suo compito, invece di tornare a casa, si fermava a guardare i ragazzi che si allenavano nel campo e, quasi per gioco, cominciò a dare una mano agli istruttori un po’ in tutte le discipline perché, e questo ancora non ve lo avevo ancora detto, Akia aveva un fisico portentoso e delle abilità straordinarie, sicché, in poco tempo, era riuscito a imparare le tecniche e, in qualche caso, a sostituire gli stessi istruttori. Era forse venuto il tempo dunque di richiamare la mamma e i fratelli ma Akia non riusciva ad essere felice.
Egli faceva di tutto per stancarsi fino allo svenimento e andava a letto molto tardi, cosicché il sonno potesse vincerlo in un battibaleno. Ma quel giorno, invece, fu costretto a fermarsi. Tutti, non proprio tutti, ma sicuramente tutti i frequentatori della palestra, erano incollati davanti allo schermo a vedere la finale dei campionati mondiali di atletica.Lui, che ancora comunque non si percepiva così integrato da potere condividere questo tifo sfegatato, restò a guardia della struttura. Ma, finito che ebbe di controllare, chiuse tutto dietro di sé e si fermò davanti all’ingresso con il piede destro appoggiato sul muro e il viso rivolto verso l’alto.Chiuse per un attimo gli occhi e, come spesso gli succedeva, gli passarono innanzi, una dopo l’altra, le immagini di tutto quello che aveva vissuto, visto, sentito, condiviso, subito, lungo il percorso che lo aveva portato a destinazione. Era partito insieme ad altri giovani stipato in una camionetta ma poi, ad un certo punto, nel bel mezzo del deserto, furono abbandonati insieme ad altre centinaia di persone, per proseguire a piedi. C’era voluto altro denaro (tutto quello che gli restava) per finire l’attraversamento del deserto, addosso a dei cammelli. Dovette fermarsi per un periodo che gli sembrò infinito a lavorare duramente per guadagnarsi un passaggio fino alla costa, sopra un fuoristrada. Giunto lì, altro lavoro, altra immensa fatica, per comprare il biglietto e salire su un gommone anche questo strapieno di gente.
 Quando il gommone, troppo pieno, si rovesciò, sentì l’urlo disperato di tutti quelli che chiedevano aiuto mentre affondavano. Egli, per fortuna, aveva imparato a nuotare nel grande fiume, all’insaputa dei suoi genitori e questo si rivelò per lui un’altra grande fortuna. Quando lo tirarono su in una grande nave e lo avvolsero in una coperta, tremava intensamente e non sapeva bene se per il freddo, la paura o lo sfinimento.
 Il resto della strada era stata davvero interminabile, percorsa a piedi o con mezzi di fortuna, riuscendo miracolosamente a trovare occasioni per guadagnarsi un pezzo di pane con un po’ di companatico ed un paio di scarpe rabberciate alla meglio. Ma nessuna fatica gli faceva male come il ricordo di quello che aveva visto, delle scene terribili di violenza, di dolore, di disperazione soprattutto nelle facce di donne e bambini. 
Quanti bambini aveva visto morire nel deserto, quanti sul gommone, quanti annegati?No. Nessuna nuova felicità avrebbe mai potuto cancellare quell’ombra gigantesca che oscurava il suo cuore. 
 Per questo, per non farsi sopraffare dalla sofferenza, riaprì subito gli occhi e cominciò a guardarsi intorno in cerca dei segni di quello che era la sua realtà di adesso, in segno di qualcosa che catturasse la sua attenzione e lo distraesse dai suoi orribili pensieri.Fu così che guardando dritto davanti a sé, sulla facciata del palazzo che gli stava davanti, in uno degli ultimi piani, lo vide.


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