Rime e Storie

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rime a distanza e storie in sichitanza 

FAVOLE E RACCONTI

05/08/2018, 18:51

famiglia, scuola



LA-MAESTRA


 



Mi guarda silenziosa. Lei certamente vede, istante per istante, tutti i momenti trascorsi insieme, come un giardiniere che, giorno dopo giorno, si è preso cura di ciascuno dei fiori a lui affidati, forse con una segreta predilezione per quelli che più degli altri, si nutrono delle sue cure.
Lei tace e continua a guardarmi sorridendo. Aspetta che io le ponga qualche domanda.
Devo far scorrere dentro di me il groviglio di emozioni e pensieri e decidere, scegliere velocemente cosa dirle, cosa chiederle. 
Debutto con un: "Come stai?", forse scontato, ma sincero. Nel tono piuttosto accorato della mia voce, alludo chiaramente alla sua morte precoce.
Lei si apre nel suo consueto sorriso e non mi appare più poco bella, poiché tutto il suo viso, compresi i suoi occhi, sorride.
Mi accorgo che non ricordavo quanto profondi fossero i suoi occhi scuri.
Allora ho trovato cosa chiederle. 
Mi piacerebbe rivedere un po’ della vita trascorsa con te - dissi - per me la scuola era tutto. Si usciva poco di casa e scarsissime erano le frequentazioni di amici e parenti. Per fortuna mi piaceva studiare ed avevo un carattere socievole ed aperto. 
Così per me la scuola era tutto. Ma ciò che mi ricordo era così poco! Tre o quattro episodi in tutto!
Quella volta che sciolsero i miei capelli colore del mogano, che tenevo normalmente legati in due grosse trecce. 
Con quanta energia ogni mattina la nonna, dopo che mi faceva sedere davanti allo specchio del suo vecchio armadio, mi pettinava, sottoponendomi ad una piccola tortura, tirando i capelli a più non posso. Le trecce scendevano sulla schiena ma il mio viso rimaneva disadorno con quella riga in mezzo alla testa che a me sembrava un’autostrada. 
Le mie compagne, strette attorno a me, novella "primavera" in una recita di cui non rammento altro, si unirono in un coro di complimenti ma io rimasi tutto sommato incredula e poco interessata, estranea ad ogni forma di vanità.
Ero piuttosto brava; prova ne è il quaderno, dove in testa a tutti i racconti e le poesie, ci sono i voti elegantemente scritti con la penna rossa. Ho ripreso questo quaderno molte volte fra le mani ma solo ad una certa età mi è apparso bello e interessante come uno scrigno di tesori da scoprire.
Quando ero più giovane, con una certa noncuranza, l’avevo dato in mano alla mia bambina piccola e di ciò porta i segni perché è pasticciato in più punti e strappato nei lembi della copertina rossa. Rileggendolo, pagina per pagina, vi riscopro quel sentimento della realtà e dell’esistenza che alla generazione della mia maestra (e della mia mamma) doveva essere familiare ma che non avrebbe avuto diritto di cittadinanza in un mondo che stava rapidamente cambiando. Lì si discorreva di anima, di senso della vita, di Dio: tutti argomenti che dovevano apparire desueti e inutili da quel momento, epigoni di un mondo in via di estinzione. Non così per me.
Eppure, ecco, cara maestra - ciò che mi ricordo è solo quel dettato dove ogni frase aveva inizio con una "è" accentata che io avevo scambiato per una "e" congiunzione: un solo errore moltiplicato per dieci ed il mio amor proprio ne rimase ferito.... 
Un altro giorno "no" fu quando mi recai a scuola con le pantofole anziché con le scarpe e, durante la ricreazione, restai tutto il tempo in un angolo nel cortile, cercando di nascondere, come meglio potevo, i miei piedi. 
Dovevo amarti molto, cara maestra, se è pur vero che organizzai, da sola, la festa di fine ciclo per salutarti, scrivendo, da me, i testi di una piccola rappresentazione. Ma di quei testi non ricordo nulla. Furono ricopiati, per tua volontà, in un quaderno ma ciò che mi ricordo è che a ricopiare i miei testi non fui io ma piuttosto la mia compagna di banco, scelta da tutti, perché, dicevano, aveva una bella scrittura! Mi sembrò proprio un torto ai danni di chi aveva promosso tutto ciò. Un’altra immagine di quella festa mi è rimasta impressa nella memoria: il grande cartellone bianco su cui avevamo scritto a grossi caratteri: "W LA NOSTRA MAESTRA", ma con una lettera, credo la S scritta al contrario!
Con i tuoi dettati nutrivi la mia anima di autentici sentimenti religiosi mentre mi apparivano sostanzialmente insignificanti le suore. Un altro ricordo ne è la prova. 
Un giorno una di esse ci chiese, penso con sincerità: "Non sarebbe bello essere vissuti ai tempi di Gesù così che avremmo potuto conoscere e vedere da vicino?"
Mi ricordo la mia risposta risoluta e convinta che naturalmente tenni per me: "No. Perché a quest’ora sarei già morta!"
La maestra mi guarda. A parlare sono sempre io.
Lei non è purtroppo vissuta a lungo dopo che ci siamo salutate, seppure ancora piuttosto giovane e quindi penso che le cose di cui vado cianciando, hanno incrociato anche le ultime vicende della sua vita. Mi decido finalmente a tacere. Guardo nei suoi occhi; è il suo sguardo che penetra nel mio e stavolta mi abbandono: devo assolutamente abbandonarmi al suo sguardo oggi. Lei che scriveva di me (al di là dei miei successi scolastici) che ero "buona e disponibile con tutti".
Una virtù questa ai suoi occhi; quasi una debolezza di cui tacere quando si diventa grandi.....
Mi ha lasciato parlare ma ora mi fa cenno che sta per andarsene. Ma io non posso lasciarla andare senza una parola. E allora eccola la domanda, non so se sia quella giusta, ma serve forse a dare un senso a tutto quello che ho detto: "Perché mai, cara maestra, ricordiamo della vita prevalentemente i momenti dolorosi o comunque strani, le pantofole ai piedi, le trecce tirate, le parole sbagliate, i torti subiti, gli errori commessi? Non capita spesso di ritrovare un quaderno che testimoni il bene ricevuto o anche quello donato!"
E finalmente risento la sua voce. Ora sì che mi sembra di ritornare bambina, sembrano sciogliersi tutti i nodi del cuore da cui sale un’onda di commozione profonda. Come mi appare stupida la mia domanda: è risaputo o no che il bene non fa rumore e che scorre nelle anse nascoste della storia, nascoste persino alla nostra coscienza?
Ma lei è ancora più chiara, semplice e competente, come sempre. Mi parla come se fossi ancora la bimba di allora.
"Sia che nutriamo il corpo che nutriamo l’anima, si vedono solo gli effetti, i frutti. Non è necessario ricordare i singoli episodi, gli innumerevoli gesti in cui si manifesta la dedizione di una mamma o di una buona maestra. Scorre dentro di te quello che ti ho dato, nel tuo cuore, nella tua intelligenza, nella gioia di vivere, nella tua curiosità, nella tua fede."
"E’ l’energia nascosta che muove la storia..."
"Quella non scritta nei libri di storia, vero?"  -  le chiesi pensando di intrattenerla ancora in un’amena conversazione.
 Feci appena in tempo, mentre si allontanava da me, mentre il mio sogno svaniva, a sussurrarLe: "Grazie!" 



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