Rime e Storie

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rime a distanza e storie in sichitanza 

FAVOLE E RACCONTI

20/02/2017, 05:03

fantasticherie, lavoro



TRILOGIA-DEL--RIGATTIERE:-IL-TELEFONO-RACCONTA


 Un vecchio telefono di bachelite racconta una storia che è quasi un giallo...



La sera stessa che la vecchia zuccheriera era andata via e nell’atmosfera del negozio tutti sentivano la mancanza di quella tipina così dolce e raffinata, prese la parola il telefono che, riposto su un vecchio scrittoio malandato,  si faceva notare per essere l’unico oggetto tutto nero con la sola eccezione dei numeri scritti in bianco.

«Vi racconto adesso io una storia» -disse col suo vocione che risuonò in tutti gli angoli del negozio -  e, senza aspettare un cenno di conferma, cominciò:
«Anch’io ho visto invecchiare il mio padrone o, meglio, l’ho sentito invecchiare perché per fare girare la rotella che ho sulla pancia, occorre un po’ di forza e, lentamente ma inesorabilmente, quella forza veniva sempre meno. Per fortuna negli ultimi tempi era venuto ad abitare con il mio vecchio padrone un giovane alto e forte, che mi sembrava sempre abbronzato, e che parlava un italiano stentato ma che, credetemi, voleva al mio padrone un bene dell’anima. Si chiamava Amir, lo so con certezza perché il vecchietto lo chiamava frequentemente e lui ogni volta accorreva subito.
Quando il vecchio si spense tra le braccia di Amir, arrivò subito l’unico figlio che ricevette un po’ di parenti (tutta gente che io non avevo mai visto prima) e, dopo qualche giorno, compiuti i riti dell’occasione, si riunirono tutti per leggere il testamento. Con grande sorpresa il vecchio lasciava l’appartamento al giovane Amir! Indispettito, il figlio prese ad accusarlo di avere causato la morte del povero vecchio e riuscì a farlo imprigionare, con la complicità del medico curante che, sì, anche lui sosteneva, che il vecchietto fosse morto per avvelenamento progressivo e di un avvocato specializzato, suo amico di vecchia data.
La casa fu assegnata dal giudice al figlio che  la svuotò di tutti gli oggetti e dei  mobili. Per quanto mi riguarda invece, il mio nuovo padrone mi regalò insieme ad altre chincaglierie d’epoca, all’avvocato che mi portò subito nel suo studio.»    
Vedendo come tutti fossero rimasti perplessi, continuò: «lo so, vi chiedete come mai mi ritrovo allora anch’io qui: ascoltate, perché ora viene la parte più bella. 
Lo studio dell’avvocato era una stanza quadrata e un po’ buia, con dei grandi finestroni ricoperti di tendaggi scuri che non venivano mai aperti, tutte le pareti erano occupate di librerie, scaffali e carte; in un angolo per terra giacevano pile di riviste... C’erano carte ovunque ma tutte intristite per la noia e per l’aria soffocante! Solo una busta gialla grande come un quaderno e ancora chiusa, riposta su un ripiano, si ostinava a cantare con voce di bambina una cantilena, sempre la stessa. Sembrava proprio che volesse attirare la mia attenzione e, difatti, guardandola, vidi che su di essa c’era scritto -"per il signor avvocato" ma soprattutto riconobbi la bella scrittura di Amir (il quale, dovete sapere, sarebbe un maestro di scuola al suo paese!) Mi resi conto che quella busta doveva essere aperta e letta dall’avvocato al più presto.»
Tutti nel vecchio negozio del rigattiere erano tesi ad ascoltare la prosecuzione della storia ed erano veramente curiosi di sapere come il nostro telefono avrebbe potuto realizzare il suo obiettivo.
Lui continuò: «sapevo dalle previsioni del tempo che ascoltavo ogni mattina, che l’indomani ci sarebbe stato un violento acquazzone e molto vento. Sapevo come fare arrabbiare il vento che, com’è risaputo, è l’essere più permaloso ed iroso che esista al mondo e così svegliai i due vecchi finestroni e li costrinsi ad imparare a memoria alcune formule di sicuro effetto.
"Coraggio -  dissi -  il vento vi menerà di brutto, ma alla fine potete aprirvi e fare entrare una bella ventata di aria buona."
"D’accordo - dissero i finestroni - siamo pronti a soffrire ed anche a morire, ma almeno la nostra vita avrà avuto un senso, no?"
"Certo" dissi io, "Aspettate il mio comando"
L’indomani, mentre l’avvocato era immerso nella lettura di una pratica, diedi il segnale prestabilito e i finestroni cominciarono a coprire di insulti il vento. Questo non se le fece dire due volte, cominciò a soffiare, a soffiare ma i poveri finestroni, pure indolenziti, non smettevano di provocarlo. Fu così che finalmente i finestroni, sotto l’urto violento del vento, si spalancarono e un’aria fresca e impetuosa attraversò tutta la stanza. Tutte le carte si sollevarono; si aprirono anche gli sportelli delle librerie e i fascicoli rotolarono per terra e tanto si agitarono che riuscirono a sciogliere i lacci lasciando uscire tutte ma proprio tutte le carte che contenevano. L’avvocato vedeva o meglio non vedeva che una grande confusione, non poteva neanche lontanamente immaginare la felicità di tutti quei fogli, pure quelli più ingialliti, che si misero a danzare anche perché il vento, rimasto allibito da quello che aveva combinato e in fondo divertito, si mise a fischiettare allegri motivi popolari mentre i finestroni sbattevano a tempo, dimentichi di tutte le ferite che il vento aveva loro causato.
Tutti ballavano tranne la busta gialla che, approfittando di una ventata forte e decisa si sollevò e venne a poggiarsi accanto a me. L’avvocato seduto sulla poltrona comprese che mai e poi mai avrebbe potuto rimettere ordine nelle sue carte. - Poco male - pensò - sono tutte vecchie pratiche, era ora di fare pulizia. Pensò così di chiamare la domestica al telefono e così vide la piccola busta e naturalmente la aprì.
La busta conteneva un quaderno che il mio vecchio padrone aveva adoperato a mo’ di diario, aperto su una delle ultime pagine, nella quale confessava di sentirsi sempre più debole da quando aveva cominciato ad assumere una nuova medicina suggerita dal dottore.... L’avvocato, ritrovatosi più sveglio e presente a se stesso per via di quell’aria frizzante, prese subito carta e penna e preparò un documento per riaprire il processo, allegando gli appunti del mio vecchio padrone.»
«Com’è finita allora?» - chiese la penna stilografica che era anch’essa appartenuta allo stesso padrone. - «Come volete che sia finita? Bene naturalmente! Amir è stato liberato, ha riavuto la proprietà dell’appartamento che ha venduto e con il ricavato progetta di tornare al suo paese per aprire una scuola; il medico è stato processato; l’avvocato è andato in pensione, ha sgombrato l’ufficio ed ecco perché io mi ritrovo qui con i compagni di una vita»
«Sono contenta - disse la penna stilografica - chissà com’è il paese di Amir. Io non ho mai viaggiato in vita mia»
«Amir abita ad un isolato da qui, disse il telefono, e l’autobus per l’aeroporto è proprio qui davanti. Lo vedremo partire di sicuro, se stiamo attenti, e lo saluteremo per l’ultima volta.
Dopo qualche giorno ecco infatti Amir alla fermata con un grande valigione. Allora ad un rapido cenno, tutte le sveglie si misero a suonare, un vecchio pagliaccio cominciò a battere i piatti come se veramente qualcuno gli avesse dato la corda; un giradischi sollevò il braccio e dopo un tocco all’esterno, si poggiò dolcemente sul disco e, siccome il volume non era stato regolato, le note giunsero alle orecchie di Amir. «Ho  ancora venti minuti buoni» pensò; così entrò incuriosito nel negozio del rigattiere. A questo punto tutti tacquero, tutti tranne una sveglietta birichina che si trovava accanto al nostro telefono. Amir lo riconobbe perché aveva la cornetta un po’ scolorita e il sei senza più codina che sembrava un piccolo zero; riconobbe anche la piccola stilografica e, commosso da quel ritrovamento, andò subito alla cassa a pagare.
Il proprietario tentava di scusarsi per il trambusto che c’era stato: «E’ colpa del nostro commesso, sicuramente!» disse). Ma ad Amir quel trambusto non era dispiaciuto; stringeva tra le dita la busta con quei due piccoli tesori. Giunto in aeroporto, prima di entrare, aprì la valigia, cacciò via gli scarponi e il giubbottone pesante («laggiù non mi serviranno» disse fra sé e sé) e li regalò ad un mendicante lì vicino. Al loro posto posò telefono e stilografica e volò verso la sua terra e la sua famiglia. 
Cosa accadde dopo non lo so ma posso immaginare che sia il vecchio telefono che la piccola stilografica sono in bella mostra nella nuova scuola diretta da Amir.



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